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L’arte di Ugo Bongarzoni letta da Alessandro Piccinini  ( da testo autografo)

 

 Quando agli inizi del ‘900 Wassili Kandiskiy con Alfred Kubin e gli amici Franz Marc e Gabrili Munter decise di fondare il gruppo “Der Blaue Reiter”, non si immaginava che presto le porte dell’arte si sarebbero spalancate verso un futuro tanto produttivo quanto prolifico ed esaltante rispetto ai valori  fino a quel tempo  nascosti  dietro una copertina di stretta visione figurativa.

L’Opera di Ugo Bongarzoni, almeno quella relativa alle scene di forte dinamicità del mare e dei suoi eroi, oltre che apparire misteriosa dalla penombra di un oscuro panorama blu ove il cielo plumbeo è intarsiato da bagliori scomposti,  genera sorprese all’interno di un polimaterismo che, nel dialogo provocatorio e nella scelta dei soggetti, rasentano soluzioni talvolta scioccanti. Spesso le immagini che l’artista ci offre hanno come unico referente un mondo di invenzione, con teoremi propri e diversi che sovvertono l’ordine delle cose nel loro rapporto strutturale, formale e cromatico, in uno spazio dell’azione ben confinato, dove aria, acqua e fuoco sono unica materia. Lo spazio buio  dei fondi  da cui le figure,  dinamiche eppur  voluttuose sembrano generarsi,  è quello notturno dei sogni, delle allegorie e delle memorie. Il tutto è costruito  con dogmatismo  preciso e sostenuto da una solidità del segno ed un amalgamento strutturale nel variegato gioco di contrasti tra luce ed ombra, ritualità ed estasi sublimata.

 Parafrasando Asper Jorn  quando afferma che “ogni atto di immaginazione è un atto magico, una presa di possesso dell’oggetto desiderato” viene spontaneo affermare che il colore, anche in Bongarzoni è la cariatide, lo strumento di quel suo “atto” di immaginazione che ne esalta il fascino e provoca altri motivi originali di invenzione. Per intenderci, quando si dipinge, muovendo da immagini “di genere” si opera pensando che “pittura/arte” vuol dire  anche autoanalisi e presa di coscienza di sé. Le suggestive scenografie, mitiche e spaziali, sofferenti  e rituali, paiono quasi sempre riaccendere il fuoco del contesto, della memoria e della simbologia ancestrale ed archetipica.

 Ed è in questa ottica, nella contemporaneità degli eventi naturali dell’oggi, che l’opera dell’artista prende un senso diverso in cui gli elementi che rappresentano l’esistenza catturano la fugacità del tempo nella dialettica con quel tempo che è in noi  e dove il reale tocca il Nulla per diventare Tutto. Una sorta di ancoraggio che dà fiducia e sicurezza al suo lavoro di artista.

 

Roma  21 maggio 2015 

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